La Scintigrafia Renale

La Scintigrafia Renale

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La scintigrafia renale è un esame medico noto anche come “immagine renale”.
Il termine fa riferimento a diverse metodologie di valutazione che hanno un denominatore comune: consentono di determinare lo stato di salute e l’anatomia dei reni, sfruttando alcuni radioisotopi.
Infatti, i traccianti introdotti per via endovenosa si dispongono in maniera non casuale all’interno della corticale del rene, permettendo di quantificare e qualificare la massa renale efficiente.

Come accade nella totalità delle tecniche di medicina nucleare, il materiale radioattivo si accumula nell’organo interessato ed emette una certa quantità di energia, in termini di raggi gamma.
Le speciali telecamere colgono la suddetta energia e costruiscono delle immagini computerizzate, dispensando dettagli sia sul buon funzionamento che sulla struttura dell’organo.

Diversamente da quanto succede in altre metodologie di imaging, come ad esempio la radiografia, gli esami di medicina nucleare si focalizzano sulla rappresentazione fisiologica tramite processi interni al corpo.
Le zone dove si è ammassata una grande quantità di radio-tracer sono dette “hot spot” e sono indice di alto livello di attività chimica.
I cosiddetti “punti freddi” sono aree a minore concentrazione di radiofarmaco e sono sinonimo di bassa attività metabolica.

Questo esame può essere dinamico oppure statico.

Nello specifico, la scintigrafia renale dinamica si utilizza per i seguenti scopi:
• stimare la funzionalità renale relativa;
• calcolare la VFG, ossia la Velocità di Filtrazione Glomerulare, o il FPRE, ovvero il Flusso Plasmatico Renale Efficace;
• eseguire un follow-up in terapie nefrotossiche;
• valutare un eventuale infarto renale;
• analizzare pazienti con trauma renale;
• seguire un trapianto renale, mediante studio funzionale e follow-up del trapianto stesso;
• studiare le malformazioni da un punto di vista morfo-funzionale;
• valutare un’uropatia ostruttiva;
• seguire gli esiti di un intervento di rivascolarizzazione renale;
• effettuare una diagnosi differenziale dell’ipertensione nefrovascolare.
La scintigrafia renale statica dimostra invece la sua utilità per:
• valutare una pielonefrite acuta, sia in fase di diagnosi che in fase di follow-up, per monitorare l’evoluzione della malattia;
• identificare un rene ectopico o confermare un’agenesia renale;
• quantificare il parenchima renale funzionante;
• differenziare le masse renali rispetto a lesioni secondarie che occupano spazio.

La preparazione per l’esame in oggetto può subire variazioni sulla base della tipologia di scansione che viene compiuta. Per una corretta realizzazione del test viene generalmente richiesta un’ottima idratazione.
Occorre quindi bere in abbondanza in prossimità dell’appuntamento, circa un litro d’acqua.

Non è solitamente indispensabile un lungo digiuno, né a valle né a monte dell’inoculazione della sostanza tracciante: viene ammessa una leggera colazione.

Talvolta, può essere somministrato un diuretico, all’incirca un quarto d’ora prima dell’inizio della scintigrafia renale. In qualche frangente può essere effettivamente opportuno avere la vescica vuota nel corso dell’esame.

E’ plausibile che il medico incaricato di seguire il paziente richieda la sospensione dell’utilizzo di alcuni farmaci, prima dell’esame, quali ad esempio gli anti-infiammatori non steroidei (FANS).
In ogni caso, si consiglia al paziente di informare il dottore su tutti i medicinali che sta assumendo.
Si deve parimenti comunicare la presenza di allergie o altre condizioni critiche.

Di norma non è necessaria nessuna sedazione.

La scintigrafia renale statica si svolge mediante la somministrazione endovenosa di un radiofarmaco, cioè una sostanza radioattiva che si lega alle cellule della porzione corticale del rene.
Trascorse un paio d’ore dall’iniezione del tracciante nel sangue, il personale inviterà il paziente a distendersi su un lettino e posizionerà lo strumento esplorante (detto gamma-camera) in corrispondenza del suo addome.

Quando sussiste un’alterazione del tessuto renale, le cellule smarriscono l’abilità di captare il tracciante.
Per tale ragione, l’apparecchiatura rileverà una concentrazione di radioattività bassissima o assente nelle zone sofferenti dell’organo.

La scintigrafia statica fornisce pertanto una fotografia del tessuto funzionante in entrambi i reni.
La scintigrafia dinamica, anche chiamata sequenziale, si serve della peculiarità tipica di alcuni radiofarmaci di essere catturati ed espulsi dai reni in maniera proporzionale all’efficienza renale.
Essa dà l’opportunità di stimare la funzionalità dei reni e il deflusso urinario lungo gli appositi canali.

Bisogna qui precisare che per la diagnosi di tumori renali si opta per altre tecniche, come la risonanza magnetica.
La scintigrafia renale riveste però un ruolo fondamentale per stabilire la funzionalità del tessuto in salute, nella prospettiva di un’operazione chirurgica di asportazione di un rene o di parte di esso a causa della patologia tumorale.

L’esame di per sé si protrae per circa 30-40 minuti ma, nel caso di una scintigrafia statica, a questo tempo occorre sommare le ore di attesa tra l’iniezione del farmaco e l’analisi vera e propria.
Non è ragionevole dichiarare una durata assoluta giacché nelle tempistiche sono coinvolti aspetti tecnici (assorbimento del tracciante) e grado di funzionalità renale del paziente.

Salvo casistiche particolari, l’esame va evitato per donne in stato di gravidanza o in fase di allattamento.
Non sono documentati effetti collaterali significativi né controindicazioni. Restano però da scongiurare le interferenze con mannitolo e farmaci ACE-inibitori, poiché possono abbassare la ricezione corticale del radiofarmaco.

L’indagine medica non è dunque dolorosa e neppure fastidiosa. Essa risulta inoltre ben tollerata da pazienti di ogni età. Il solo disagio proviene dall’esigenza di mantenere una posizione immobile durante l’esame.
I diversi possibili radio-tracers impiegati non influenzano la funzionalità dei reni e le reazioni allergiche sono alquanto rare.

Proprio in conseguenza della sua non invasività e dell’esigua dose di irradiazione, l’esame può essere ripetuto, ove necessario, anche a ravvicinata distanza temporale.
Nelle 12 ore che seguono l’esame si suggerisce di astenersi da lunghi contatti ravvicinati con bimbi piccoli o donne in gravidanza; per stretto contatto ci si riferisce a distanze inferiori al metro.
Infine, dopo l’indagine, una buona regola è quella di azionare più volte lo sciacquone quando si usufruisce del bagno, al fine di consentire la totale rimozione della sostanza radioattiva.

La Scintigrafia Ossea

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La scintigrafia ossea è un esame di medicina nucleare; si tratta, nello specifico, di una tecnica di diagnosi per immagini che consente di indagare la struttura anatomico scheletrica e di valutare possibili danni vascolari e metabolici delle ossa.

La scintigrafia ossea trova applicazione in vari ambiti medici; innanzi tutto viene utilizzata in campo ortopedico per indagare, con maggior precisione, fratture particolarmente complesse che necessitano di indagini più approfondite rispetto ad una semplice radiografia.

Allo stesso modo, la scintigrafia, viene utilizzata in caso di fratture che presentano problemi di consolidamento, in caso di forti processi infiammatori a carico di articolazioni ed ossa, come le artriti, ed in caso di sospette lesioni degenerative a carico dell’apparato scheletrico.

In ambito oncologico, invece, la scintigrafia ossea viene utilizzata per cercare l’eventuale di presenza sia di metastasi a carico delle ossa (tumori primitivi), sia di metastasi ossee a carico di organi differenti.

La fase preparatoria dell’esame vero e proprio non è particolarmente invasiva per il paziente; sarà richiesto allo stesso di presentarsi un’ora prima, rispetto all’orario dell’esame, per il disbrigo formale delle pratiche burocratiche.

Il paziente non ha l’obbligo di presentarsi a digiuno e non deve in alcun modo sospendere eventuali terapie farmacologiche che sostenesse abitualmente.

Lo svolgimento vero e proprio dell’esame, ha inizio con la somministrazione per via endovenosa nel braccio del paziente di un “tracciante marcato con isotopi radioattivi”; un radiofarmaco che, non va confuso con i mezzi di contrasto utilizzati per altre tecniche diagnostiche ed ha la peculiarità di fissarsi nel tessuto od organo da esaminare.

Nel caso di lesioni ossee, il tracciante si accumula in corrispondenza delle medesime e sarà quindi ben visibile nelle immagini elaborate dalla scintigrafia; va da sé che una distribuzione omogenea del farmaco all’interno del corpo non segnalerà quindi una patologia in atto.

Dopo l’iniezione che non dura più di qualche secondo, il paziente verrà fatto accomodare in una sala d’attesa appositamente dedicata per un tempo variabile, ma quantificabile in circa 2 ore e mezza massimo tre; tale lasso temporale è indispensabile affinché il radiofarmaco possa depositarsi in maniera ottimale nelle ossa e consentire la riuscita dell’esame stesso.

Durante il tempo di attesa viene caldamente consigliato al paziente di bere molto (almeno un litro di acqua) per favorire l’eliminazione dal corpo del radiofarmaco dopo l’esecuzione dell’esame e di urinare spesso utilizzando i servizi presenti nella sala d’attesa per evitare forme di contaminazioni esterne. Sarà necessario presentarsi all’esame con la vescica vuota in modo da non alterare la qualità delle immagini elaborate dalla scintigrafia.

Al termine del tempo di attesa prescritto il paziente, in abbigliamento comodo e privo di gioielli ed oggetti metallici, verrà fatto accomodare dal tecnico di radiologia su un apposito lettino sul quale si trova la cosiddetta “Gamma Camera” che è l’apparecchiatura utilizzata per l’elaborazione delle immagini.

L’apparecchio che esegue la scintigrafia non emette radiazioni, ma si limita a riceverle dagli organi del paziente vera e propria sorgente primaria, le misura e le elabora.

La Gamma Camera è costituita da più teste di acquisizione di dati ognuna delle quali contiene un cristallo scintillatore che ha lo scopo di convertire la radiazione emessa dal paziente in luce che, a sua volta, viene convertita da speciali “tubi fotomoltiplicatori” in segnali elettrici.

Tali segnali i vengono inviati ad un computer che elaborerà le immagini scintigrafiche; la visualizzazione immediata delle immagini elaborate al computer consentirà ai tecnici specialisti di verificare immediatamente la presenza di patologie in atto fermo restando che per l’elaborazione de l referto sarà comunque necessario qualche giorno.

Il tempo di permanenza sul lettino del paziente per l’acquisizione dei dati è variabile e dipende sia dall’altezza del paziente che dal motivo per cui è stato richiesto l’esame; generalmente il tempo richiesto non supera la mezz’ora.

In casi di disagio particolare del paziente che avesse sofferenza a rimanere sdraiato per lungo tempo, può essere prevista la somministrazione di un blando sedativo.

L’esame, assolutamente indolore salvo che per il lieve disagio creato dall’iniezione del radiofarmaco, giunge a termine in un lasso temporale mediamente lungo, ma è privo di ulteriori sintomatologie.

Al termine dell’esame il paziente può fare ritorno a casa anche autonomamente non avendo il radiofarmaco controindicazioni alla guida; il tempo di recupero è immediato ed il paziente può tornare alle proprie normali attività.

Nei giorni immediatamente successivi all’esame il paziente non dovrà sostenere alcuna terapia farmacologica di supporto, ma dovrà rispettare alcune “regole di comportamento” indispensabili a tutela della sua salute e di chi lo circonda.

Per almeno le prime ventiquattro ore, il paziente avrà cura di bere ed urinare spesso in modo da favorire rapidamente lo smaltimento del radio farmaco e dovrà cercare di evitare contatti stretti e prolungati con categorie a rischio come donne gravide e bambini piccoli.

In modo da ridurre sensibilmente i rischi da contaminazione secondaria e a tutela dell’ambiente, il paziente avrà cura di prestare attenzione a tutto ciò che è entrato in contatto con i propri liquidi biologici che provvederà a smaltire solo dopo averli conservati un paio di giorni in sacchi chiusi depositati in luoghi sicuri.

Allo stesso modo anche i capi di vestiario indossati ed eventualmente venuti a contatto con propri liquidi biologici, dovranno essere depositati per due giorni in sacchi protetti e solo successivamente potranno essere lavati e indossati nuovamente.

Radiografia del Tubo Digerente

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La radiografia del tubo digerente è un esame che riguarda la faringe, l’esofago, lo stomaco, il duodeno nonché le anse intestinali (tenue e colon) e viene utilizzata per individuare alterazioni morfologiche e funzionali a carico degli stessi.
L’esame consente un’individuazione precoce di lesioni organiche di tipo ulcerativo o tumorale, delle stenosi e delle formazioni diverticolari. In particolare viene richiesto quando c’è un sospetto di ulcere, neoplasie, infiammazioni dell’esofago, ernia iatale, erosioni o ostacoli alla deglutizione.

Questo tipo di diagnostica ha inoltre lo scopo di individuare eventuali alterazioni della motilità intestinale, in particolare della loro peristalsi, dovute a ulcere o tumori.
Tuttavia, non fornisce informazioni utili nel caso di disturbi digestivi dovuti a fattori psichici. La sola valutazione di esofago e faringe è chiamata “pasto baritato”.

Si tratta di un’indagine dinamica poiché studia in tempo reale il progredire di un mezzo di contrasto radiopaco nello stomaco e nell’intestino. Solitamente si usa il solfato di bario e l’esame prende il nome di fluoroscopia.
I visceri del canale alimentare spesso non forniscono immagini diagnosticamente valide sui radiogrammi, per cui si rende necessaria l’introduzione di una sostanza opaca visibile nella radiografia.

Al paziente viene fatto ingerire un liquido dal sapore gradevole accompagnato genericamente da una pillola oppure un preparato effervescente che serve a realizzare il doppio contrasto; la funzione di quest’ultimo, infatti, è quella di creare gas all’interno delle pareti dello stomaco e dell’intestino per consentirne una dilatazione che ne permette una migliore visualizzazione da parte del macchinario utilizzato per la radiografia.

L’esame del tubo digerente deve essere eseguito a digiuno, da almeno otto ore, e bisogna evitare anche l’assunzione di liquidi nonché di medicinali assunti per via orale (soprattutto anti-acidi) e astenersi dal fumo; ciò serve a permettere una migliore osservazione del tratto digerente che altrimenti risulterebbe poco visibile.
Lo svolgimento dell’esame è affidato ad un radiologo.
Il paziente viene invitato a togliere eventuali orecchini, bracciali o collanine. Inoltre potrebbe essere chiesto al paziente di togliere i propri abiti per indossare una tunica, in modo che eventuali oggetti metallici non interferiscano nell’assunzione delle immagini radiologiche.

L’attrezzatura utilizzata comunemente consiste in un tavolo collegato ad un tubo radiogeno e mobile in varie direzioni sul quale viene posizionato il paziente. Il tecnico radiologo comanda l’apparecchiatura da una stanza protetta dai raggi x monitorando il paziente attraverso una finestra di vetro piombato.
Il personale accede al tavolo periodicamente per sostituire le cassette radiologiche e posizionare correttamente il paziente.

La radiografia non è né dolorosa né fastidiosa e i tempi impiegati variano a seconda della collaborazione del paziente ma in genere dura tra i dieci e i venti minuti.
Il radiologo chiede al paziente di bere il mezzo di contrasto e durante l’esame, che si svolge sia in piedi che sdraiati, verrà chiesto al paziente di modificare più volte la sua posizione per consentire una corretta visione delle varie porzioni del tubo digerente.

In alcuni casi risulta utile iniettare una soluzione antispastica intramuscolo per far rilassare meglio l’apparato digerente. Inoltre il paziente può essere invitato a ripresentarsi dopo alcune ore per effettuare un’altra radiografia addominale in cui si possono vedere le anse intestinali.

L’esame non presenta controindicazioni all’uso di macchinari o per la guida dell’automobile. Il bario ingerito viene normalmente espulso tramite le feci e non causa nessuna alterazione delle stesse.
Tuttavia, è sconsigliabile nei giorni immediatamente successivi eseguire ulteriori radiografie e TC dell’addome in quanto si verifica una sovrapposizione del contenuto radiopaco. L’esame non è eseguibile durante la gravidanza oppure se c’è sospetto di gravidanza a causa dei danni che i raggi x provocano al feto.

Nel caso di pazienti con difficoltà motorie o incapacità ad assumere determinate posizioni la radiografia del tubo digerente non è altresì eseguibile.
Infine l’esame non può essere effettuato da pazienti con perforazioni gastro-intestinali o presunte poiché il bario ingerito non viene assorbito dall’organismo e dovrebbe quindi essere eliminato per via chirurgica.

Il Pap test

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Il PAP test o test di Papanicolau dal nome del suo ideatore, è un esame di screening della cervice uterina che riferisce dello stato citologico del collo dell’utero.

Dal suo esito si evince la condizione delle cellule che vengono prelevate in situ e può essere rivelatore o predittivo di molte patologie, come uno stato infiammatorio, uno squilibrio ormonale, un’infezione batterica o micotica e lo stato di alterazione delle cellule in questione che potrebbero ritrovarsi in uno stadio precanceroso.
In quest’ultimo caso o in presenza di un’infezione sospetta di HPV (virus del papilloma umano), si procede con esami più approfonditi, come la biopsia, il Test HPV o la colposcopia.

Grazie al PAP test e al vaccino contro l’HPV, l’incidenza dei tumori del collo e della cervice dell’utero, è diminuita fino a rappresentare una piccola percentuale dei tumori femminili. Nell’epoca precedente allo screening, la percentuale di incidenza era seconda solo al cancro del seno.
Il PAP test andrebbe eseguito ogni tre anni da tutte le donne a partire dall’inizio dell’attività sessuale o comunque entro i 25 anni di età.

Si esegue durante una normale visita ginecologica, durante la quale tramite uno speculum (un dilatatore) si inserisce uno speciale spazzolino e un bastoncino cotonato, allo scopo di raccogliere una piccola porzione di mucosa dal collo e dalla cervice dell’utero.
Il reperto citologico va poi spedito in laboratorio, dove tra i muchi cervicali verranno cercate tramite particolari colorazioni, le cellule di sfaldamento ed analizzate.

Il prelievo è un’operazione totalmente indolore e non presenta rischi di emorragia in quanto il prelievo citologico viene effettuato senza l’ausilio di bisturi o altri mezzi taglienti.
Tuttavia soggetti particolarmente sensibili riferiscono una sensazione di fastidio; comunque l’operazione dura pochi minuti, al termine dei quali è possibile proseguire la normale giornata in maniera attiva e senza nessuna ulteriore precauzione.

L’unica controindicazione è la presenza del flusso mestruale; è buona regola quindi prenotare la visita calcolando una finestra temporale che non vada oltre una settimana prima dell’inizio e tre giorni dopo la fine del ciclo.
Eseguire il PAP test in gravidanza non comporta nessun rischio o complicazione, anche se è difficile che si verifichino presupposti di urgenza tali da richiederne l’esecuzione durante il periodo gestazionale.

Altrettanto irrilevanti ai fini sia dello screening che del prelievo sono l’uso di anticoncezionali e/o lo IUD (spirale intrauterina).

Il PAP test dovrebbe essere eseguito di routine fino all’età di 65 anni e nel caso di donne vergini oltre i 25 anni, è possibile tentare un approccio al prelievo con particolari mezzi non invasivi. Il risultato non è garantito, anche se l’assenza di rapporti sessuali rende impossibile la contaminazione da HPV.

Questo è il responsabile di verruche e condilomi (creste di gallo) e quasi sempre regredisce spontaneamente senza conseguenze, ma alcuni ceppi come i serotipi 15 e 18 sono oncogeni, cioè sviluppano il cancro del collo e della cervice dell’utero.
La quasi totalità dei tumori dell’utero sono provocati dall’ HPV, ma una seppur piccola percentuale non ha una natura virale e l’oncogenesi va ricercata in tutt’altri fattori, ivi inclusi squilibri ormonali e familiarità.

Il vaccino copre circa il 70% dei ceppi oncogeni dell’HPV, dunque non è una garanzia di immunità verso il cancro, di conseguenza anche le donne vaccinate devono sottoporsi allo screening a scadenza triennale.
Attenzione, la tempistica riguarda le donne in condizione sana o asintomatica; in caso di prurito, perdite di colore strano o bruciore è necessario comunque recarsi dal ginecologo per appurarne la natura.

Per le donne isterectomizzate sarà il proprio medico a decidere se procedere con lo screening o se la loro condizione è considerata ormai esente da patologia tumorale.
Se l’utero è stato asportato in seguito ad un tumore o a una forma pretumorale, probabilmente il ginecologo consiglierà di continuare ad effettuare il PAP test anche con frequenza inferiore ai tre anni.
Se invece l’isterectomia è stata causata da altri motivi, è possibie che il medico riterrà la paziente esente da una patologia oncologica, risultando già priva dell’organo sensibile.

Sarebbe bene astenersi da rapporti sessuali per i due giorni precedenti lo screening, così come andrebbe sospeso l’utilizzo di lavande, gel, creme, ovuli, deodoranti, a meno che non siano terapeutici e indispensabili. Ad ogni modo sarà il medico a decidere.

Il cancro e le patologie della cervice e del collo dell’utero individuabili tramite il PAP test, non hanno nessuna relazione con le endometriosi e il tumore dell’endometrio, verso le quali è necessario un approccio diagnostico e terapeutico totalmente diversi.

Grazie al PAP test nel mondo occidentale il cancro dell’utero è regredito fino alla quasi scomparsa, mentre l’incidenza è rimasta invariata nei paesi in via di sviluppo, dove la profilassi non viene praticata.

La laringoscopia

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La laringoscopia è un esame diagnostico molto utile per scoprire eventuali patologie della laringe, porzione iniziale della trachea. Si tratta di un intervento di routine, quindi relativamente sicuro e semplice, che però va affrontato con metodo e precisione per evitare eventuali conseguenze.

Qualche cenno anatomico sulla laringe
La laringe è l’ultimo tratto delle vie aeree superiori, sede delle corde vocali e organo indispensabile alla fonazione, cioè all’articolazione di suoni e parole. Inoltre, porta l’aria verso i polmoni ed impedisce al cibo di entrare nelle vie aeree, grazie all’epiglottide.
Si tratta di una struttura tubolare che inizia alla fine della lingua e attraversa tutta la gola, incanalandosi nella trachea. È spesso sede di infezioni batteriche o virali, che ne possono causare l’infiammazione e le relative patologie.
Nella stragrande maggior parte dei casi di disturbo o dolore laringeo, il paziente non viene sottoposto a laringoscopia ma vengono preferiti differenti percorsi diagnostici, meno invasivi.

Le patologie della laringe: quando la laringoscopia serve e quando no
Le principali patologie a carico della laringe sono:
– infiammazioni virali e batteriche: vengono quasi sempre individuate dal medico di base, semplicemente basandosi sui sintomi del paziente e su un esame visivo della gola
– polipi: piccole escrescenze che possono crescere lungo i tessuti della faringe, provocando dolore, fastidio, sensazione di soffocamento. Possono essere individuati e rimossi grazie alla laringoscopia
– tumori: quasi sempre scoperti e, successivamente trattati, tramite laringoscopia
– corpi estranei: la cui rimozione è fondamentale per evitare il soffocamento. In questo caso si richiede un tempestivo intervento in laringoscopia, spesso direttamente al pronto soccorso

Cos’è la laringoscopia, le tipologie
La laringoscopia è l’esame accurato della laringe. Si fa quando il paziente lamenta sintomi riconducibili ad un problema laringeo che non può essere correlato ad un semplice mal di gola o ad un’infezione virale o batterica come, ad esempio, una laringite.

I casi in cui la laringoscopia diventa un esame fondamentale sono:

– mal di gola o fastidio importante localizzato, che non risponde a nessuna cura antibiotica e non accenna a diminuire entro 7-10 giorni
– costante e continua sensazione di avere “qualcosa in gola”, che impedisce al paziente di respirare agevolmente o di nutrirsi senza provare disagio
– raucedine che non passa con le cure tradizionali e tende ad aggravarsi nel tempo
– perdita improvvisa della voce che non si ripristina dopo un tempo di osservazione e farmaci da banco
– modificazioni importanti del tono di voce senza altre cause apparenti
– traumi a livello del collo o della gola
– presenza di un corpo estraneo incastrato nella laringe

Esistono due tipi di laringoscopia: indiretta e diretta.

La laringoscopia indiretta è una semplice osservazione della laringe. Può essere effettuata senza alcun problema, e in qualsiasi momento, anche dal medico di base. Si tratta semplicemente dell’osservazione della laringe tramite uno specchietto laringeo. Lo specchio per laringoscopia è un piccolo dispositivo che, appoggiato alla fine della lingua del paziente, permette al medico una sommaria visione della laringe o, quantomeno, della sua parte iniziale.
Alcuni medici non considerano questo esame una vera e propria laringoscopia, eppure la maggior parte delle patologie gravi a carico della laringe vengono scoperte precocemente proprio grazie a questa osservazione. Infatti, se il medico di base individua un’anomalia alla laringoscopia indiretta prescriverà immediatamente degli approfondimenti diagnostici. Molti tumori laringei si sono risolti con esito positivo proprio per la tempestività con i quali sono stati scoperti grazie al semplicissimo gesto dell’osservazione laringea tramite specchietto.

La laringoscopia diretta, invece, è un esame più invasivo e completo, che si effettua tramite uno strumento detto laringoscopio. Il laringoscopio è un tubo, rigido o flessibile, che va introdotto nella gola del paziente. È dotato di luce e di una telecamera, attraverso la quale è possibile osservare, su un monitor, tutta la laringe.
La laringoscopia è un esame piuttosto impegnativo, per questo viene consigliata e prescritta solo in caso di fondato sospetto di problematiche importanti. Difficilmente viene eseguita una laringoscopia ambulatorialmente: nella maggior parte dei casi il paziente viene inviato in ospedale, nel reparto di otorino-laringoiatria e viene sottoposto a un day-hospital o, quantomeno, a qualche ora di ricovero.

Come ci si prepara alla laringoscopia?
Per effettuare una laringoscopia diretta viene chiesto al paziente di restare a digiuno dalla mezzanotte del giorno precedente all’intervento. Solitamente si viene ricoverati in una struttura specializzata, quindi un ospedale o una clinica, dove prima di effettuare la laringoscopia si viene sottoposti a un prelievo di sangue ed un elettrocardiogramma.
Inoltre, prima di procedere all’esame, un anestesista raccoglierà l’anamnesi del paziente, si informerà sulle precedenti anestesie subite, sulle eventuali allergie e decreterà l’idoneità o meno all’intervento.

Come funziona la laringoscopia
La laringoscopia viene fatta quasi sempre in anestesia generale. Ci sono situazioni in cui si predilige l’anestesia locale e sono quelle in cui è possibile usare un laringoscopio flessibile, che si introduce nel naso anziché nella gola. Tuttavia, in caso di problematiche importanti o di sospetti diagnostici di una certa entità, si preferisce utilizzare il laringoscopio classico, cioè quello rigido che viene introdotto direttamente in gola.

Una volta che il paziente è addormentato, l’otorino inserisce il laringoscopio nella bocca, facendolo scivolare dolcemente lungo la gola e osservando sul monitor, attentamente, ogni minima porzione di laringe. Se, durante l’esame, individua dei polipi, può decidere di intervenire per eliminarli, in modo da risparmiare una seconda anestesia al paziente.

Se, invece, nota delle masse che possono far pensare a un tumore, preleverà una piccola porzione di tessuto per procedere ad una biopsia. Infine, se il problema di fonazione risulta essere un accumulo di secrezioni o muco sulle corde vocali, grazie alla laringoscopia può ripulirle, in modo da risolvere la problematica e restituire la voce al paziente.

Come ci si sente dopo una laringoscopia?
La laringoscopia non provoca particolari problemi. Solitamente, infatti, il paziente può tornare a casa in giornata. Tuttavia, a causa dell’anestesia è possibile soffrire di nausea subito dopo il risveglio, mal di testa, vomito, secchezza delle fauci, sete e sensazione di nervosismo e confusione.
La gola può bruciare o pizzicare per un paio di giorni, perché irritata dal laringoscopio. Solitamente, per affrontare le 48 ore successive ad un esame di questo tipo, vengono prescritti dei blandi antidolorifici.

Chi pratica la laringoscopia?
Questo esame viene praticato da un medico chirurgo specializzato in otorino-laringoiatria. Se si tratta di una laringoscopia con laringoscopio flessibile, introdotto nel naso, può essere presente solo la specialista. Per le laringoscopie in anestesia totale, invece, è necessaria anche la presenza di un anestesista e un infermiere.

Durante una laringoscopia possono esserci complicanze?
Come tutti gli interventi medici, anche la laringoscopia ha delle possibili complicanze, fortunatamente molto rare:
– danni alla laringe provocati dal laringoscopio come abrasioni, graffi, tagli che possono sanguinare e dare fastidio e dolore
– danni relativi all’anestesia: reazioni allergiche, shock, infarto o ictus